LA PROF.SSA CAMARDA; IO, OPERATA AL GINOCCHIO AL NORD VI RACCONTO LA MIA STORIA

Cronaca -

di Liliana Camarda*

Egregio Direttore, 

avrei potuto inviare queste mie righe al Direttore della struttura convenzionata presso la quale, un mese fa, mi sono sottoposta ad un intervento chirurgico di artoprotesi totale al ginocchio destro. Avrebbe avuto il senso di un ringraziamento e di un elogio, in un tempo in cui la cosiddetta “customer satisfaction” diventa un valore aggiunto e che avrebbe ancora una volta rimarcato il divario tra le strutture del Nord (la loro organizzazione, la loro efficienza, la qualità del servizio erogato) e quelle del nostro Sud (dove si combatte persino per tenere aperti ospedali che sono state delle vere eccellenze per offrire ai cittadini servizi essenziali, per i quali sono costretti a spostarsi altrove, con tutti i disagi connessi).

Ma a me premeva, invece, fornire delle indicazioni che potessero in qualche modo rivelarsi utili per coloro che sono alla ricerca di una struttura di eccellenza cui affidarsi, tenuto conto che è facile incappare sul web pubblicità ingannevoli che vendono “fumo” o promettono cose non suffragate dalla realtà e, soprattutto, considerato che le persone anziane (che statisticamente hanno bisogno molto più frequentemente di questo tipo di interventi), non sapendo a chi rivolgersi, spesso finiscono con lo scegliere la struttura nelle immediate vicinanze geografiche, più agevole da raggiungere, pur di non “sentirsi di peso per i propri familiari” che dovrebbero eventualmente accompagnarli, andarli a trovare e, ove necessario, garantire l’assistenza. Ebbene sì: l’ammalato, invece di preoccuparsi di affidarsi alle mani migliori e al professionista più competente per operarsi nella maniera più serena ed in vista della guarigione più rapida possibile, finisce col preoccuparsi dei familiari per i quali il ricovero potrebbe rappresentare un “fastidio”.

Sarà allora utile sapere che ci sono strutture che offrono la massima professionalità e competenza medica, accompagnate da una assistenza inimmaginabile. 

Innanzitutto, la specializzazione in ortopedia è di un’importanza estrema ancora poco valorizzata, per cui chi ha un qualsiasi problema di natura ortopedica farebbe bene, dopo il primo approccio generale per l’individuazione dello stesso, ad affidarsi ad uno specialista ortopedico che si occupa di quello specifico “segmento corporeo”. Per quanto riguarda la mia esperienza, da anni soffrivo di una gonartrosi che mi portava ormai a non essere più in grado di scendere neppure il marciapiede senza provare dolore, a non poter stazionare in posizione eretta, a non dormire la notte senza fare uso di antidolorifici e/o antinfiammatori. Il trattamento con le classiche infiltrazioni, protratto per anni ciclicamente, ovviamente alla fine mi riconduceva sempre davanti allo stesso problema. E’ un po’ come quando c’è un dente da estrarre. Prendere un antidolorifico o un antinfiammatorio ti toglie semplicemente il dolore per un po’… ma, se non risolvi il problema (è proprio il caso di dirlo!) “alla radice”, dopo un po’ si ripresenterà più forte di prima. 

Data la mia relativamente giovane età (56 anni), sarebbe sembrato “logico” consigliarmi di rimandare quanto più possibile un intervento di protesi, cosa che probabilmente avrei fatto se non avessi avuto, quasi casualmente, la fortuna di scoprire che abbiamo delle eccellenze nel settore. 

Dopo una ricerca accurata sul web e tra i contatti del settore (fatta di approfondimenti anche mediante le valutazioni dei pazienti, che sono le più importanti), la mia attenzione si è soffermata sulla competenza del dr. Nicola Marzano, che da anni si occupa solo e soltanto di ginocchia, avvalendosi di una équipe fantastica, adottando una tecnica che consente di ridurre al minimo i tempi dell’operazione (come dice lui, non per una “gara di velocità”, ma perché la riduzione al minimo dei tempi dell’intervento riduce anche i rischi di infezioni e il sanguinamento e favorisce la ripresa) e di far uscire il paziente già dalla sala operatoria sulle proprie gambe, con una ripresa la cui rapidità alimenta, a sua volta, in un circuito virtuoso, l’impegno del paziente ad accelerarla mediante una adeguata riabilitazione.

Ne ho ascoltato una relazione pubblica, ho continuato ad approfondire le mie ricerche e poi ho fissato un appuntamento.

Le sue parole “crude, ma senza mistificazioni”, tese non al convincimento del paziente, ma alla spiegazione chiara e senza fronzoli della problematica, mi hanno spronata a guardare le cose da una prospettiva che sfugge alla maggioranza. Si dice infatti spesso che una protesi abbia una durata media di 20 anni e, di qui, il suggerimento di molti di rinviare il più possibile l’intervento, con la conseguenza assurda che, per timore di dover eventualmente ricorrere ad un secondo intervento di sostituzione della protesi (che, in ogni caso, se necessario, in caso di usura, sarebbe sempre comunque meglio fare intorno ai 75 anni – ovvero all’età in cui molti pensano sia bene fare il primo! - piuttosto che a 90!), si rinuncia alla qualità della vita del proprio presente, privando il paziente di tutto quello che gli piacerebbe ma non riesce più a fare, in vista di un futuro che nessuno ci può garantire che vivremo, rinunciando alla bellezza di una lunga passeggiata, ad uno sport che ci piace, ad andare a ballare… cose che, più avanti negli anni (se ci sarà dato di vivere), magari non faremo comunque, ma per altre ragioni o per altri interessi…

Il suo modo di approcciare il problema, unito ad una competenza che “si respira a pelle”, attestata dal riscontro dei numerosi pazienti che a lui si sono rivolti (e documentata anche mediante video reperibili sul web), mi hanno talmente persuasa che sono partita alla volta di San Donà di Piave completamente da sola, potendo contare su un’organizzazione, quella della Casa di cura “Sileno e Anna Rizzola”, che si fa carico persino di prelevare il paziente dall’aeroporto, accompagnarlo all’albergo al suo arrivo, prelevarlo per portarlo in Clinica la mattina successiva per il ricovero e riaccompagnarlo in aeroporto al momento delle dimissioni. Peraltro, al ritorno ho anche piacevolmente scoperto anche che c’è un’assistenza aeroportuale che funziona e funziona bene, che consente - anche a chi, per scelta o per necessità, deve muoversi da solo – di poter scegliere ciò che ritiene sia il meglio per la propria salute, senza preoccupazioni inutili, invece di essere costretto ad accontentarsi di ciò che è più comodo.

Il personale che assiste i pazienti è evidentemente non solo formato e competente sotto il profilo strettamente medico, ma anche sotto il profilo dell’attenzione alla persona, con un’organizzazione che non lascia spazio ad improvvisazioni: ogni giorno, nelle stanze, è un viavai dei vari operatori (medici, anestesista, fisioterapisti, infermieri, inservienti), che prestano tutta l’assistenza necessaria con il dovuto garbo,  sostituendo sistematicamente le borse del ghiaccio e spronando tutti a collaborare attivamente alla propria riabilitazione, tanto non solo da non avere, ma addirittura da non sentire la necessità della presenza di familiari in reparto.

L’intervento è preceduto e seguito da una riunione illustrativa con pazienti e familiari eventualmente presenti, in cui vengono fornite tutte le informazioni sull’operazione, sugli eventuali rischi, sui postumi, sulla riabilitazione, in modo che i pazienti siano davvero sereni (in quanto pienamente a conoscenza di quanto sta accadendo e accadrà) e possano affrontare con la massima serenità gli aspetti connessi all’intervento, con la consapevolezza di quali siano “fisiologici” e che, come tali, non devono allarmare ma devono essere semplicemente “gestiti” secondo le indicazioni mediche e quali, invece, vadano prontamente segnalati.

Ricoverata il martedì, operata il mercoledì, uscita dalla sala operatoria sulle mie gambe, sono stata dimessa il sabato mattina, come da protocollo, senza inutili allettamenti, senza uso di drenaggio o catetere, assistita in modo ineccepibile dal personale in quello che definirei, come si usa fare scherzando profanamente, “un Hotel ad almeno 4 stelle”.

Ho eseguito alla lettera le indicazioni del dr. Marzano, dell’anestesista (dr. Tsamis) e del fisioterapista cui mi sono affidata per la riabilitazione, senza ulteriori degenze presso strutture, che mi avrebbero tenuta lontana dai miei cari, dalla mia casa e dalla mia routine (finendo con l’incidere negativamente sotto il profilo psicologico ed, inevitabilmente, sulla ripresa generale… e, ad un mese dall’intervento, io stessa mi stupisco della velocità con cui ho recuperato la mia autonomia, dell’aver ripreso subito la mia quotidianità, sia pure con un ritmo all’inizio più lento, ma – vi assicuro – sorprendente,  con la piena consapevolezza di quali sono le sole mani alle quali affiderò anche il secondo ginocchio (anch’esso da operare).

A ben riflettere, accontentarsi della struttura più vicina non è inevitabile e forse, neppure necessario. Scegliere di affrontare un intervento così delicato da cui dipende la deambulazione affidandolo a mani competenti ed esperte direi che, invece, è indispensabile. …E poi non si tratta neppure di preferire le strutture del Nord a quelle del Sud, perché va precisato che, se al Nord le strutture funzionano, spesso è  perché sono affidate a cervelli, competenze, professionalità che arrivano dal Sud e che, talvolta, sono poco conosciute e valorizzate “in patria”.

*DIRISGENTE SCOLASTICA DELL' ISTITUTO COMPRENSIVO - C.D."VIA DIETA"- S.M. "SOFO".

 

 

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