HELL IN THE CAVE, QUEL TRIP VISIVO E UDITIVO CHE COLPISCE SENSI E CUORE

Cronaca -

di Giovanni Quaranta

 

“Lasciate ogni speranza, voi che entrate!”. La discesa agli inferi inizia dai gradini del lungo tunnel che piomba precipitosamente fino a 60 metri di profondità, nella mastodontica Grave. Personaggi inquietanti dai tratti quasi mostruosi (diavoli? dannati?) si materializzano all’improvviso nel buio appena rischiarato da lugubri bagliori rossastri, strisciando come vermi e contorcendosi tra spasmi di dolore e urla sovrumane.

Hell in the Cave, spettacolo che da diversi anni va in scena con grande successo alle Grotte di Castellana, si presenta subito come un’esperienza allucinatoria, un autentico trip visivo e uditivo che colpisce i sensi e il cuore. Gli abitatori di questo cosmo rovesciato si insinuano fra gli spettatori, facendoli sprofondare (letteralmente) in un inferno dantesco che, nelle varie raffigurazioni, si ispira in modo palese all’iconografia classica delle celeberrime illustrazioni di Gustave Doré.

“Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente”: l’eco dei versi della Divina Commedia risuona nella enorme caverna, già di per sé angosciante, con le ombre delle stalattiti e stalagmiti esaltate da un sapiente gioco di luci, mentre minacciosi effetti sonori accrescono il pathos e predispongono emotivamente a questo itinerario nella perdizione.

Ed è il tentacolare Minosse a introdurre la sequenza infernale, con schiere di anime incatenate alla loro colpa, come i raggi di una gigantesca ruota che gira sotto lo sguardo fiammeggiante di Lucifero, signore e padrone ubiquo. Per oscuro sortilegio, infatti, il re dell’Ade appare e scompare nello stesso momento da anfratti e pinnacoli opposti, dominando una bolgia di pianti e di lamenti che esemplifica il catalogo degli umani peccati: lussuria (Paolo e Francesca), gola (Ciacco), tradimento (Conte Ugolino), frode (Ulisse), suicidio (Pier delle Vigne), sodomia (Brunetto Latini), ciascuno con la sua punizione infinita, come quella dei simoniaci, che, avendo lucrato in vita sulle cose sacre, sono condannati a stare capovolti con testa e busto conficcati nella roccia e le gambe che inutilmente mulinano in superficie.

Eteree figure attraversate da fasci di luce volteggiano nell’aria oscura della vasta scenografia naturale, sovrastando un desolato panorama di dannazione eterna, dove non c’è alcuna speranza di redenzione o di riscatto. Solo Beatrice, nella scena finale, ascende verso lo spicchio di cielo che si apre alla sommità della Grave, sospinta dal fulgido biancore della sua candida veste. E, con lei, anche gli spettatori escono finalmente “a riveder le stelle”, non senza aver fatto, grazie al Sommo Poeta, una profonda riflessione sul delitto e sul castigo.

Bravissimi tutti gli attori, bellissima l’ambientazione, geniale l’intera ricostruzione. Si replica ogni sabato di settembre, alle ore 21.00.

 

 

 

Per commentare accedi con i tuoi dati, se non sei registrato puoi farlo qui.

 

 

Monopolipress.it - Testata giornalistica on line registrata al tribunale di Bari il 19-11-2012 - Nr. R.G. 2676/2012 - Num. Reg. Stampa 43
Direttore responsabile Ruggero Cristallo, Ass. culturale Talento Inedito Editore C.F. 93449380729 - Contattaci - redazione@monopolipress.it
      
Powered by ActiWeb