CAVALLARI SCRIVE DA SANTO DOMINGO: ORA MI CHIEDANO SCUSA

Notizie dalla Puglia -

 La Corte d'Appello ha confermato la sentenza di non luogo a procedere per prescrizione nei confronti di Paolo Biallo (già manager delle ex Ccr, nonché cognato di Francesco Cavallari) e di Savino Parisi. Si tratta di uno degli ultimi rivoli dell’inchiesta ribattezzata «Speranza» per la quale, com’è noto, il principale imputato, Francesco Cavallari è in attesa che la Corte di appello di Lecce - come indicato dalla Cassazione - riveda il patteggiamento che lo stesso indagato accettò all’epoca dei fatti.

Oggi, tuttavia, alla luce delle numerose assoluzioni inanellate nel corso degli anni, i legali di Cavallari hanno chiesto e ottenuto di rivedere quel provvedimento poiché il vincolo dell’associazione mafiosa non può essere contestato singolarmente a una persona.

L’ex re della sanità pugliese, intanto, dal suo «buen retiro» di Santo Domingo, scrive ai media una lunga lettera per commentare la prescrizione intervenuta per le posizioni di Biallo e Parisi. Qui di seguito riportiamo ampi stralci della lettera.

«Sorprendentemente (la prescrizione) non è la stessa “strofa” che da anni mi vede dichiarato innocente di mafia dopo aver ascoltato sulla mia pelle per vent’anni un teorema che mi voleva “mafioso ad ogni costo” con illogicità e ormai ribadita illegittimità in primo, secondo e terzo grado. A questo punto si tenterà di sostenere la “prescrizione” e non la mia innocenza che a gran voce hanno urlato numerosi altri giudici a seguito di un naufragio inesorabile fatto di ipotesi investigative infondate, che “non sussistevano” appunto. Ma come è possibile che in questo Stato non bastano neppure le sentenze definitive per convincere coloro che dovrebbero essere i principali sostenitori del diritto ?»

«Il meraviglioso e compianto prof. Nino Contento disse dopo aver letto la prima ordinanza di custodia cautelare: “Questa è materia per le Università, per spiegare agli alunni che così non si fa una ordinanza di custodia cautelare per mafia”. Io non nutro rancore verso chiunque e tanto meno verso i magistrati che mi inquisirono, ma è il caso che queste persone si convincano che io sono innocente di mafia e che tutti gli imputati che hanno coinvolto nella naufragata “Operazione Speranza”, hanno vissuto un qualcosa che ha creato un danno ciclopico a noi, le nostre famiglie, i dipendenti delle Ccr e la città intera. È il momento che le Istituzioni chiedano scusa. È umano sbagliare. Tutto qui».

«Una sofferenza porterò per sempre dentro di me e che riferisco solo ora. È quella che in quel periodo nefasto mi fu impedito nel carcere di Bari di partecipare alla S. Messa perché mi dissero che “ai mafiosi non era consentito”. Più volte ho pensato di rivolgere questa storia al nostro grande Pontefice per riferirgli di cosa è capace questo Stato che non solo devasta il diritto ma oltraggia l’umanità delle persone fino al punto di non consentire la loro raccolta in preghiera. Quel giorno soffrii tantissimo e ricordo che nella mia mente passava la frase di Cristo che diceva “Signore mio perdona loro perché non sanno quel che fanno”. Io spero dal profondo del mio cuore che sia andata davvero così nel senso che in coscienza non sapevano quello che facevano perché se dovessi credere davvero a una congiura contro di me, la mia famiglia, le mie aziende, i miei dipendenti e la mia spiritualità lederei il mio equilibrio psico fisico che invece è ancora integro e sereno per assistere ai futuri traguardi della Giustizia che finalmente sta riscrivendo quanto non doveva sussistere».

 

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